Il Panda

La località si chiama Selvanera, ma non indica una foresta d’alberi secolari, bensì un bosco ceduo, soggetto a tagli periodici. Però quest’anno, almeno tutt’intorno alla casa del Panda, il bosco è bello fitto. E’ un posto nel quale non si capita per caso: bisogna scendere l’Appennino toscano, giù dal passo della Futa o del Giogo, fino all’ampia valle della Sieve e poi, poco prima che la statale risalga per scavalcare le ultime propaggini dell’Appen­nino e precipitare verso Firenze, lasciare l’asfalto e seguire, a destra, una strada sterrata. Questa strada, sconnessa, tortuosa, a tratti poco più che una mulattiera, s’inerpica tra cime non più alte di sei, sette­cento metri, ma selvatiche e apparentemente inospitali; poi scende, ma questo tratto io non l’ho mai percorso, alla piana di Calenzano. Essa attraversa Selvanera e sfiora la casa del Panda, che però resta nascosta agli occhi di un eventuale passante.

Per trovarla, la casa, bisogna proprio sapere dov’è. Biso­gna lasciare la strada e imboccare uno stretto sentiero che scende, per un centinaio di metri, fino a una piccola radura che accoglie la casa. Lì, ai margini dell’Appennino, e del mondo, vive il Panda.

Per me, che vengo dal Nordest, quello dell’appennino to­sco-emiliano è un paesaggio piuttosto insolito e sorprenden­te.

Cime basse, sui mille metri o poco più; nonostante ciò i pendii sono scoscesi, aspri. Per la bassa altitudine la vegeta­zione ricopre anche le vette, che non hanno nulla di maesto­so.

Mancano quasi completamente le solenni abetaie alpine, assenti i grandi pascoli, i boschi sono cedui:faggio, cerro, car­pino, castagno, roverella. Il sottobosco è fitto, intricato, impra­ticabile: attraversato da

cinghiali, volpi, tassi e forse nuova­mente dai lupi.

Si capisce come possa essere stata terra di briganti.

Per via di questo suo aspetto selvatico è facile immaginare l’Appennino popolato ancora da streghe e gnomi malefici, strane creature agli ordini del dio Pan, carbonai incattiviti dalla solitudine e briganti più poveri delle loro vittime.

Non c’è bisogno di chiudere gli occhi per ritornare indietro di qualche decina d’anni e immaginare boscaioli e carbonai rientrare in casa all’imbrunire, barricare porte e finestre e stringersi attorno al fuoco, la cui fiamma illumina in modo po­co rassicurante le facce deformate e le pareti della stanza.

Col bel tempo ha un aspetto incantato ma, quando le nu­vole si impigliano tra queste gole e scoppia il temporale, i lampi si susseguono lividi e sinistri e il tuono rimbomba di vet­ta in vetta, prima di rotolare nella valle e risalire nuovamente sulle cime; poi scende ancora a bussare ai vetri delle fine­stre, terrorizzando anche gli adulti. La pioggia precipita sui tetti dei casolari con rumore assordante e il vento si insinua in ogni fessura con sibili sinistri, fischi e ululati; le fiamme tre­molano nei focolari e i lumi sembrano più fiochi.

Visto da vicino l’Appennino è, o almeno era fin pochi anni fa, molto più popolato di quanto si possa immaginare. Un’intricata ragnatela di strade, ora impraticabili, unisce case distanti tra loro poche centinaia di metri.

Case, oggi abbandonate, di gente povera. Case costruite con sassi e legno, con soffitti bassi per imprigionare il caldo e finestre piccole per difendersi dai rigori dell’inverno e dai predoni, con grandi focolari nella grande cucina e camere fredde. Case per famiglie numerose che vivevano di quel po­co che il bosco dà, che quasi mai scendevano a valle, che fa­ticavano per il

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